Sorpresa, in Cina c’è qualcuno che tifa per uno yuan forte

Perfino nelle fasi più acute della recessione, in pochi avrebbero scommesso su uno scontro tanto acceso tra Stati Uniti e Cina come quello in corso sul ruolo dello yuan
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Perfino nelle fasi più acute della recessione, in pochi avrebbero scommesso su uno scontro tanto acceso tra Stati Uniti e Cina come quello in corso sul ruolo dello yuan. Soltanto due giorni fa, 130 congressmen americani hanno rivolto un appello all’Amministrazione Obama, affinché la Casa Bianca riconosca in modo ufficiale che il paese asiatico sta “manipolando” artificialmente la propria valuta per ricavarne vantaggi commerciali. Immediata la replica, ieri, del governo cinese: “Un appello infondato e privo di senso. Il surplus commerciale non è dovuto al tasso di cambio ma è il risultato della globalizzazione e durerà per un po’”. A Capitol Hill qualcuno avrà pensato che occorreva rintuzzare il colpo, e così alcuni senatori, guidati dal democratico Charles Schumer, hanno annunciato sempre ieri una proposta di legge – non più un generico appello – per rivedere e rafforzare i controlli da parte delle autorità sui tassi di cambio, prospettando “conseguenze” per i paesi che insistessero in una politica che provoca squilibri. Sono gli ultimi colpi di scena di una contesa che va avanti dal 2008 – quando Pechino ha deciso di agganciare nuovamente la propria valuta al dollaro – e che da mercoledì scorso ha subìto un’impennata di virulenza. In coincidenza, guardacaso, della pubblicazione dei dati sul commercio cinese: le esportazioni dall’ex impero celeste a febbraio sono aumentate oltre le attese, cioè del 21 per cento rispetto al mese precedente e del 45,7 per cento rispetto a un anno fa. E’ la prova che il “made in China” starebbe già tornando a inondare i mercati, in barba a tutti quelli che si auspicavano un “ribilanciamento” globale. Compreso il presidente Barack Obama che infatti nemmeno 24 ore dopo ha dichiarato che “gli Stati Uniti continuano a lavorare con il G20 per favorire la ripresa globale”, ma l’impegno deve arrivare da tutti i fronti: “I paesi in deficit con i paesi esteri devono risparmiare ed esportare di più, quelli in attivo devono incrementare i consumi e la domanda interna, e la Cina deve andare verso un tasso di cambio più orientato al mercato”. Uno yuan più caro – questo in poche parole il ragionamento del presidente democratico – renderebbe i prodotti cinesi più costosi per i consumatori americani, e allo stesso tempo più convenienti i prodotti americani destinati a essere esportati, stimolando in questo modo l’economia d’oltreoceano. Le rinnovate pressioni internazionali, però, non sembrano aver sortito altro effetto se non quello di un ulteriore irrigidimento da parte della Repubblica popolare, con il premier Wen Jiabao che è arrivato ad accusare l’America di “protezionismo”.

Ma la Cina, su questo dossier, è meno monolitica
di quanto si potrebbe credere. Non a caso l’ultimo deciso appello a favore di una rivalutazione della moneta cinese non proviene da Washington né da Bruxelles, ma direttamente da Pechino. “Oggi è arrivato il momento per apprezzare in modo graduale lo yuan”, si legge in un editoriale apparso questa settimana su Caixin, battagliero e autorevole periodico di affari economici, nato a gennaio dall’esodo (forzato) dei principali redattori di un’altra pubblicazione storica dell’establishment cinese, Caijing. L’articolo, apparso sull’ultimo numero, utilizza toni decisi per sostenere la sua tesi, che è praticamente la stessa dell’Amministrazione americana: “Una rivalutazione costituisce ora una necessità oggettiva ai fini di evitare squilibri economici tra la Cina e i suoi partner commerciali d’oltremare. Il fatto che oggi la Cina possiede le più grandi riserve valutarie al mondo, unito a un rischio latente di deprezzamento, è un altro fattore che dovrebbe motivare questa scelta”. Ancora più significativo è il sostegno arrivato dall’Accademia cinese delle scienze sociali (Cass) all’ipotesi di sganciare la valuta nazionale dal dollaro. Zhang Bing, ricercatore del mastodontico think tank di stato, definisce quello attuale come “il momento migliore” per far apprezzare la divisa almeno del 10 per cento, considerati i rischi di surriscaldamento dell’economia cinese. Il punto di vista dell’Accademia non impegna il governo, ma è significativo che in quel pensatoio che ancora oggi è chiamato in modo familiare “dipartimento”, come per sottolineare la sua origine tutta interna al “partito-stato”, si scelga proprio adesso di sostenere una tesi così eterodossa.

Per ora i “dissensi”, per quanto autorevoli, restano isolati, ma è probabile che essi, più dei rimbrotti internazionali, finiscano per fare breccia nella
Grande muraglia.